“Se prendo il verde non vuol dire che intendo dipingere l'erba, e se prendo il blu non significa che dipingerò il cielo. Il colore esprime lo stato d'animo dell'artista”.
Con questa citazione di Vasilij Grossman, giornalista e scrittore sovietico, la Galleria Triphé si prepara a presentare al pubblico, dall'11 al 21 settembre, la mostra personale dell'artista Flavio Petricca. Nella frase di Grossman non bisogna intercettare una semplice ode al colore, ma qualcosa di molto più profondo: un invito a dissociare il linguaggio artistico da un obbligo descrittivo.
I colori non appartengono a qualcosa di oggettivamente riconoscibile: il verde non appartiene alla natura, il blu non appartiene al mare, ma diventano forme dell'interiorità, piani di percezione dell'esistenza. Su questo pone sicuramente la propria attenzione l'opera di Flavio Petricca, che si radica su un requisito di base: cosa succede quando il colore non è più una peculiarità dell'oggetto, ma diventa il significante di un'esperienza? Le sue opere sono create a partire da elementi riconoscibili, oggetti che fanno parte della quotidianità della vita di ognuno di noi. Secchi, utensili, oggetti della vita domestica vengono sottratti alla loro comune funzionalità attraverso un intervento minimo ma decisivo: il colore.
Il colore non assume un ruolo decorativo, ma tenta di modificare, agli occhi dell'osservatore, la percezione dell'oggetto fino a sospenderne l'identità. La familiarità con l'oggetto diventa estraneità e la sua funzionalità si trasforma in un atto contemplativo.
Ecco quindi che l'operare artistico di Flavio Petricca diventa un atto di generosità nei confronti del pubblico, in quanto l'opera racconta una "condizione dello sguardo". Uno degli artisti più famosi che ha fatto del colore uno dei temi centrali della propria produzione artistica è stato Anish Kapoor, il quale ha sempre spiegato come il colore sia capace di generare spazio, profondità e presenza. Il colore, inserendosi negli spazi e nelle cavità infinite, diventa esso stesso materia mentale. Ecco quindi che, osservando le opere di Petricca, dove il blu saturo invade una superficie bianca e il rosso trasforma un secchio in una presenza luminosa, si comprende come esse abbiano la finalità di produrre non immagini, ma di alterare lo spazio mentale dello spettatore. Il colore ha assunto un'importanza che spesso va ben oltre l'arte. Si è trasformato in uno strumento di costruzione dell'immaginario politico e culturale. Le bandiere delle nazioni, i movimenti ambientalisti, le strategie di comunicazione globale e gli algoritmi della comunicazione digitale usano il colore per arrivare in maniera veloce, immediata e universale.
Ecco quindi che i colori diventano "strumenti di riconoscimento". Grossman, con la sua frase, vuole restituire al linguaggio artistico la sua libertà. Così anche per Flavio Petricca il colore genera un nuovo spazio di possibilità. Il suo è un invito a imparare a osservare prima di lasciarsi trascinare da interpretazioni fuorvianti. Guardando le opere di Petricca, ho riflettuto su come la sua più recente produzione artistica dialoghi anche con il pensiero di Gilles Deleuze, per il quale le opere d'arte non rappresentano ciò che vediamo, ma producono sensazioni. Da qui nasce la creazione di un'opera come "campo di forze", dove lo spettatore si trova psicologicamente e fisicamente coinvolto. Ecco quindi che il colore si fa strumento di una dimensione altra da attraversare. Come sosteneva Johannes Itten, il colore non descrive il mondo: lo ricrea nella coscienza di chi guarda. In una società dominata dall'eccesso di immagini, il colore rischia di diventare solo seduzione e marketing.
Petricca rifugge tutto questo: rallenta l'immagine e porta il colore a uno stato di contemplazione, sottraendolo a una comunicazione fugace. Il pensiero di Grossman, e di Petricca si incontrano quindi in un punto comune: la possibilità che l’oggetto diventi così solo una soglia da attraversare, non il baricentro del tutto. Perché l'arte contemporanea non vuole cambiare il mondo: vuole renderlo enigmatico. Vuole far rinascere quel fuoco sopito che vive nel piacere della scoperta delle cose, dove memoria, politica e immaginazione tornano finalmente a incontrarsi. A cura di Maria Laura Perilli.Il programma potrebbe subire variazioni
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Dal 11 al 20 settembre 2026tutti i giorni ore 19.00
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